Backup dei file: come farlo in modo che serva davvero
Pubblicato l’8 settembre 2016, riscritto integralmente il 22 agosto 2026.
Di tutte le aziende che ho visto ripartire in fretta dopo un attacco, nessuna lo ha fatto grazie all’antivirus. Lo hanno fatto grazie a un backup che qualcuno aveva provato. E di tutte quelle rimaste ferme per settimane, quasi tutte un backup ce l’avevano — solo che era collegato al computer, oppure nessuno l’aveva mai verificato.
È la differenza fra avere una copia dei dati e avere un backup. Questo articolo serve a capire da che parte stai.
Corre meno pericoli colui che, anche se è al sicuro, sta in guardia.
Publilio Siro
La regola che riassume tutto: tre, due, uno
È il criterio con cui si valuta qualunque sistema di salvataggio, dal computer di casa alla rete aziendale:
- tre copie dei dati che ti servono — l’originale più due;
- su due supporti di tipo diverso, perché se si rompe un disco non si rompono anche gli altri per la stessa ragione;
- di cui una fuori sede, per gli incendi, gli allagamenti e i furti.
Nell’epoca del ransomware serve aggiungere una condizione che una volta non c’era: almeno una delle copie deve essere irraggiungibile dal computer che lavora. Scollegata fisicamente, oppure su un sistema che non permette di sovrascrivere quanto già scritto. Perché un attacco che parte dal tuo computer arriva ovunque il tuo computer possa arrivare — e un disco sempre attaccato, per un ransomware, è semplicemente un’altra cartella da cifrare.
Sincronizzare non è salvare
È l’equivoco che ho visto costare più dati di ogni altro, ed è comprensibile: la cartella si aggiorna da sola, i file ci sono, sembra tutto a posto.
Ma un servizio che sincronizza — Drive, Dropbox, OneDrive nella configurazione normale — ha il compito di far combaciare due cartelle. Se un ransomware cifra i tuoi file, la sincronizzazione fa esattamente il suo mestiere: copia diligentemente i file cifrati sopra a quelli buoni, e nel giro di pochi minuti hai perso anche la copia remota.
Un backup è un’altra cosa: conserva anche gli stati precedenti. Se la tua soluzione tiene le versioni dei file e ti permette di tornare a ieri, o alla settimana scorsa, allora ti protegge davvero. Se si limita a rispecchiare la cartella, no.
La domanda da fare a chi ti ha configurato il sistema — o a te stesso — è una sola: posso recuperare un file com’era tre giorni fa? Se la risposta è no, quello non è un backup.
Dove salvare i dati
Ogni supporto ha il suo mestiere, e nessuno va bene per tutto.
| Dove | Va bene per | Attenzione a |
|---|---|---|
| Dischi esterni | la copia scollegata, che è la più importante di tutte | vanno staccati davvero dopo l’uso, e sostituiti dopo qualche anno: si rompono proprio quando servono |
| Chiavette USB | portare via due cartelle, niente di più | si perdono, si rompono senza preavviso e vengono cifrate come tutto il resto se restano collegate |
| NAS | la copia automatica quotidiana, con le versioni precedenti conservate | è un computer a tutti gli effetti: se è raggiungibile da internet e non aggiornato, viene attaccato per primo |
| Cloud | la copia fuori sede, senza doverci pensare | verificare che conservi le versioni e non solo l’ultimo stato dei file; e leggere dove sono conservati i dati |
| CD, DVD, Blu-ray | archiviare qualcosa che non cambierà più | spazio limitato e supporti delicati: oggi ha senso solo per casi particolari |
La combinazione che consiglio quasi sempre, sia in casa che nelle piccole aziende, è semplice: una copia automatica su NAS o cloud con le versioni conservate, più un disco esterno che viene collegato ogni tanto e poi staccato. La prima ti salva dai guasti e dagli errori quotidiani, la seconda ti salva quando la prima viene compromessa insieme al resto.
Quale programma usare
Mi viene chiesto continuamente e la risposta delude sempre: il programma migliore è quello dimensionato su quello che devi salvare.
Ho visto aziende con sistemi sovradimensionati e costosissimi, usati al dieci per cento perché nessuno sapeva configurarli; e ne ho viste altre affidarsi a soluzioni improvvisate che sembravano funzionare finché non è servito ripristinare. In entrambi i casi il denaro speso non c’entrava con il risultato.
Le cose che un programma deve saperti dire, invece, sono sempre le stesse quattro:
- che cosa sta salvando, e da quando;
- quante versioni conserva e per quanto tempo prima di sovrascriverle;
- se l’ultima copia è andata a buon fine — con un avviso via email quando fallisce, non un pannello che nessuno guarda;
- quanto ci vuole a rimettere in piedi le cose, che è il numero che conta davvero quando succede.
Se il backup è troppo lento
Capita spesso nelle aziende: la copia parte di notte e non fa in tempo a finire, così alle nove di mattina tutto è ancora rallentato. Non serve comprare niente, servono quattro accorgimenti.
- Scegli cosa salvare. Non tutti i dati sono uguali: le foto della cena aziendale non hanno bisogno di una copia quotidiana. Separare i dati di lavoro dal resto riduce i tempi più di qualunque altra cosa.
- Copia solo le differenze. Un backup incrementale o differenziale salva quello che è cambiato invece di rifare tutto ogni volta.
- Comprimi, e se il programma lo permette usa la deduplicazione: quando lo stesso file esiste in venti cartelle, ne conserva una copia sola.
- Sposta gli orari. Non tutto deve partire alla stessa ora: distribuire le operazioni evita che si ostacolino fra loro.
Su un cliente che aveva questo problema, questi accorgimenti hanno portato i tempi medi da circa dodici ore a sei. Stessi dati, stesso hardware, solo un processo ragionato.
La parte che quasi nessuno fa: provare il ripristino
Un backup non verificato non è un backup: è una speranza con un nome tecnico.
La prova non è complicata. Una volta ogni tanto — due volte l’anno bastano — si prende un file a caso, si prova a recuperarlo da una copia di qualche giorno prima e si controlla che si apra davvero. In azienda si fa la stessa cosa con una cartella intera, cronometrando quanto ci vuole.
Quel cronometro è l’informazione più preziosa dell’intera faccenda, perché è la risposta alla domanda che ti farà il titolare mentre l’azienda è ferma: quando torniamo operativi?
Ho visto il caso limite più di una volta: backup impeccabili, eseguiti ogni notte per anni, mai controllati. Al momento del ripristino si scopre che salvavano una cartella spostata mesi prima, o che l’archivio era illeggibile. Anni di copie perfette di niente.
Il resto della difesa
Il backup è il punto di partenza, ma da solo non basta: c’è tutto quello che serve perché non ci si arrivi, e quello che serve sapere se ci si arriva comunque.
C’è però una cosa cambiata da quando ho scritto questa guida, e conta parecchio: oggi chi attacca cerca i backup prima di cifrare i dati, e il più delle volte li trova. Le contromisure che servono contro un avversario — e non contro un incendio — sono in backup immutabile: perché la regola del 3-2-1 non basta più.
- Come non ritrovarsi con i file criptati — le dieci verifiche, di cui il backup è la prima.
- Se è appena successo — cosa fare nella prima mezz’ora. E soprattutto: perché il backup non va collegato per «vedere se è a posto».
- I file criptati si recuperano? — l’elenco per estensione, quando il backup non c’è.
Se vuoi che qualcuno guardi come stai salvando i dati adesso, invece di scoprirlo il giorno sbagliato, Dottor Marc se ne occupa.



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