Ti hanno criptato i file?Non spegnere il computer: stacca solo la rete.Cosa fare nelle prime ore045 511 8550

Come non ritrovarsi con i file criptati: le dieci cose che contano

Un cavo di rete staccato che pende davanti alle porte di uno switch in sala server

Come non ritrovarsi con i file criptati: le dieci cose che contano

Pubblicato il 20 aprile 2017, riscritto integralmente il 22 agosto 2026. I commenti in fondo sono quelli raccolti all’epoca.

Questo è l’unico articolo del sito che parla di quello che succede prima. Gli altri raccontano cosa fare quando è successo, se i file si recuperano e perché certe varianti si battono e altre no. Qui invece si parla di come non arrivarci — che è l’unica parte della faccenda su cui hai davvero il controllo.

Ti avviso subito su come va a finire: non esiste una tecnica definitiva. Non c’è un prodotto da comprare che chiuda la questione. Esiste però una differenza enorme fra chi ha fatto una decina di cose noiose e chi non ne ha fatta nessuna, e in dieci anni di casi quella differenza l’ho vista tutte le volte.

«Ma io non ho aperto nessuna email!»

È la frase che sento più spesso, ed è quasi sempre vera. Poi ci sono le varianti: «io gli allegati non li apro mai», «so riconoscere un’email con un virus», «io la posta elettronica non la uso nemmeno».

E allora com’è entrato?

Per anni la risposta è stata quasi sempre una sola: gli exploit kit. Sono pacchetti di codice nascosti dentro pagine web — spesso siti legittimi violati settimane prima, non solo i siti di streaming illegale che tutti immaginano. Funzionavano così, e in modo del tutto invisibile:

Nessun clic sbagliato, nessun allegato, nessuna disattenzione. Solo un computer non aggiornato e una pagina sbagliata.

Ma oggi si entra soprattutto da un’altra porta

Quella sopra è la storia. È ancora vera, ma non è più la strada principale, e qui devo aggiornare quello che scrivevo qualche anno fa.

Il quadro degli ultimi anni dice una cosa precisa: si entra soprattutto da accessi remoti e credenziali rubate. Il rapporto sulla risposta agli incidenti di Cisco Talos e il Data Breach Investigations Report di Verizon concordano: lo sfruttamento di vulnerabilità esposte e l’abuso di credenziali hanno superato il phishing come via d’ingresso. E la maggior parte delle richieste di risarcimento per ransomware parte da un servizio di accesso remoto — VPN o desktop remoto — lasciato raggiungibile da internet.

C’è un dato che dovrebbe cambiare il modo in cui si ragiona: oggi la maggioranza degli ingressi avviene senza malware. Nessun file infetto da riconoscere, nessuna firma da bloccare. Qualcuno entra con una password valida, comprata o rubata, e usa gli strumenti di amministrazione che sono già dentro l’azienda. L’antivirus, per definizione, non ha niente da segnalare.

È il motivo per cui la domanda «che antivirus mi consigli?» è la domanda sbagliata, o meglio: è la decima domanda, non la prima. Le prime nove riguardano cosa hai esposto su internet, chi può entrarci e con quali credenziali.

Un caso vero, e come è finito bene

Qualche anno fa un’azienda di trenta persone si è trovata l’intero ufficio bloccato nel giro di pochi minuti. Il virus era partito da una postazione, aveva raggiunto il server attraverso la rete e da lì tutte le cartelle condivise.

Sono tornati operativi in poche ore, ripristinando il backup della notte precedente.

Non è finita bene per fortuna. È finita bene perché quel backup esisteva, era recente, e soprattutto era ripristinabile — cosa che qualcuno aveva verificato prima, non quella mattina. Nella stessa situazione ho visto aziende ferme per settimane, e la differenza fra le due non è stata l’antivirus.

Il seguito, quello di cui si parla meno, è che il personale è stato formato dopo. Non prima. È l’ordine sbagliato, ed è l’ordine normale.

Le dieci cose che chiedo di verificare

Quando entro in un’azienda per un controllo, queste sono le domande da cui parto. Non sono in ordine di difficoltà: sono in ordine di quanto spesso mancano.

Le dieci verifiche, e perché ognuna conta
Che cosa Perché
1. Backup scollegato e provato Un backup raggiungibile dalla rete viene cifrato insieme al resto. Va tenuto offline o su un supporto che non si può sovrascrivere — e il ripristino va provato, non dato per buono
2. Niente accessi remoti esposti Desktop remoto e VPN raggiungibili da internet sono oggi la prima porta d’ingresso. Se servono, vanno protetti da un secondo fattore, sempre
3. Autenticazione a due fattori Su posta, VPN, amministrazione e accessi da fuori. È la misura che rende inutile una password rubata, ed è quella che manca più spesso
4. Aggiornamenti installati Sistemi operativi, ma anche firewall, NAS e apparati di rete: sono quelli che nessuno aggiorna e che stanno esposti su internet
5. Nessun utente amministratore Chi lavora non ha bisogno dei diritti di amministrazione. Senza quelli, molte infezioni si fermano da sole
6. Macro di Office bloccate Per criterio di sistema, non per buona volontà dell’utente. Vale anche per gli script di Windows quando non servono
7. Filtri sulla posta a monte Meglio che un messaggio pericoloso non arrivi affatto, piuttosto che contare su chi lo riceve alle sei di sera
8. Permessi di rete stretti Ogni persona deve vedere solo le cartelle che le servono. È ciò che decide se l’attacco ferma un ufficio o l’azienda intera
9. Qualcosa che guardi i registri Fra l’ingresso e la cifratura passano spesso settimane. È il tempo in cui si può accorgersene — se qualcuno sta guardando
10. Un antivirus serio, e aggiornato Serve, ma è l’ultima linea e non la prima. Da solo non ferma un attacco condotto con credenziali valide

Se puoi farne solo una, fai la prima. Di tutte le aziende che ho visto ripartire in fretta, nessuna lo ha fatto grazie all’antivirus: lo hanno fatto grazie a un backup che qualcuno aveva provato. E di tutte quelle rimaste ferme per settimane, quasi tutte avevano un backup — collegato, o mai verificato.

E le persone?

Ho lasciato per ultima la formazione perché è la parte che viene raccontata peggio.

Di solito si insegna a «riconoscere le email sospette»: italiano sgrammaticato, mittenti strani, allegati imprevisti. Andava bene dieci anni fa. Già nel 2017 una campagna scritta in italiano perfetto mandava all’aria quell’insegnamento, e oggi, con la generazione automatica dei testi, riconoscere un messaggio falso dalla lingua non funziona più. Chi forma ancora così sta dando alle persone una sicurezza che non hanno.

Quello che funziona è più semplice e meno rassicurante: insegnare a fermarsi. Le truffe fanno leva sull’urgenza — una fattura scaduta, un pagamento bloccato, un capo che chiede una cosa subito. Dieci secondi di esitazione e una verifica su un canale diverso da quello del messaggio disinnescano la quasi totalità dei casi.

E soprattutto: fare in modo che chi sbaglia lo dica. In un’azienda dove chi clicca la cosa sbagliata teme la ramanzina, l’incidente resta nascosto per ore preziose. In una dove può alzare la mano senza conseguenze, si contiene in dieci minuti. È una questione di clima, più che di corsi.

Se sei un’azienda o un ente

Alle dieci verifiche si aggiunge una cosa che oggi non è più facoltativa: sapere in anticipo chi fa cosa quando succede. Chi decide, chi parla con i clienti, chi fa le notifiche.

Perché le scadenze corrono da sole: 72 ore per la notifica al Garante se sono coinvolti dati personali e, per i soggetti che ricadono nella NIS2, un preallarme entro 24 ore. Ventiquattr’ore sono niente quando l’azienda è ferma e nessuno sa da dove cominciare. Le ho messe in fila nella guida alle prime ore.

Tre approfondimenti, se qualcuna di queste voci ti ha lasciato dei dubbi. Sul backup, la parte cambiata di più negli ultimi anni è in backup immutabile: la regola del 3-2-1 da sola non regge più contro chi va a cercare le copie. Se in azienda nessuno sa dire chi sia l’amministratore di sistema, è un problema prima di legge e poi tecnico. E se il punto di partenza è una macchina troppo lenta per reggere le difese, «mi serve solo per internet» non è una risposta.

Se vuoi che qualcuno verifichi queste dieci cose sulla tua rete invece di darle per buone, Dottor Marc fa esattamente questo.

Il resto della storia

Una nota finale, che è poi la ragione per cui questo articolo esiste. Tutti gli altri raccontano cose accadute a qualcun altro. Questo riguarda decisioni che puoi prendere oggi, mentre non sta succedendo niente — ed è l’unico momento in cui si possono prendere davvero.

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Commenti (11)

  • Le conversazioni che seguono arrivano dagli articoli confluiti in questo. Sono le domande di chi era stato colpito e le risposte date allora, fra il 2016 e il 2018: le riporto qui perché restino leggibili.
  • Massimiliano Rispondi

    Ho messo due file uno .encrypted l’altro originale ma non decrypta nulla. Non mettiamo false speranze in rete.
    Grazie
    max

    Da «Cryptolocker: l’unica soluzione per il virus»

    14 febbraio 2016 a 17:29
    • Enrico Marcolini Rispondi

      Ciao Massimiliano,
      sfortunatamente questo tipo di virus continua a cambiare forma e spesso le soluzioni che potevano funzionare per le prime versioni potrebbero non essere efficaci per le mutazioni più recenti.
      La soluzione preventiva per questo tipo di virus resta un buon sistema di backup e una formazione degli utenti in modo che non incappino in queste spiacevoli situazioni.

      Grazie e buona fortuna.

      14 febbraio 2016 a 18:04
  • gabriele Rispondi

    Bell’articolo, ma troppo lapidario sul come effettivamente tutelarsi.. “Buon antirvirus”: tipo? Avira è quello che molti utenti adoperano, ma il banner che esso mostra loro sui pericoli di Locky invita naturalmente ad effettuare un upgrade rspetto alla versione base (free)..significa che se non si acquista un antivirus a pagamento si è necessariamente vulnerabili a queste minacce?
    E ancora: disattivare Flash player non basta, parrebbe: perchè non fornire qualche consiglio ulteriore su come impostare filtri e sull’imparare a riconoscere email fraudolent (attraverso le quali si viene infettati)?
    Un saluto

    Da «Cryptolocker: l’unica soluzione per il virus»

    17 luglio 2016 a 17:15
    • gabriele Rispondi

      Errata corrige: ho visto solo ora questo: https://www.marcuz.it/perche-devi-riconoscere-le-email-virus-truffe-online/
      Grazie

      P.s. per il discorso antivirus, invece?

      Di nuovo,saluti

      17 luglio 2016 a 17:20
      • Enrico Marcolini Rispondi

        Salve,
        l’articolo vuole sensibilizzare su temi importanti, ma non vuole necessariamente individuare soluzioni pronte all’uso. Ogni antivirus ha dei pregi e dei difetti; Avira ad esempio può soddisfare le esigenze di molti utenti, ma è proprio il tono dei banner “pubblicitari” che mostra a renderlo spesso sconsigliato per l’installazione. Gli utenti vedendo questo tipo di annunci non si sentono sicuri e quindi l’efficacia stessa dell’antivirus è almeno in parte rivalutata. Come sempre ricordo che la soluzione giusta è quella creata su misura dell’utente, in base alle reali necessità e al tipo di approccio al computer.
        Grazie e buona giornata.

        18 luglio 2016 a 9:25
  • Guido Rispondi

    Poche parole e tantissimi fatti, oltre a una competenza indiscutibile ed una velocità nel rispondere che ha del sorprendente.
    Recuperati TUTTI i dati, macro comprese!!!

    Da «Cryptolocker: il virus che cripta i file e chiede il riscatto»

    25 luglio 2016 a 13:41
  • Alberto Rispondi

    senza volerlo ho aperto il famigerato file contenente la falsa bolletta Enel, questo è successo a luglio 2016. Volevo sapere se è possibile recuperare qualcosa o meno e quanto costa il disturbo

    Da «Cryptolocker: il virus che cripta i file e chiede il riscatto»

    6 ottobre 2016 a 12:11
    • Enrico Marcolini Rispondi

      Salve Alberto,
      le consiglio di caricare un file sul sito e verrà ricontattato in caso di decriptazione del file.
      Grazie e buona giornata.

      6 ottobre 2016 a 12:38
  • Alex Rispondi

    conoscete il formato .puojlag? Che tipo di cryptolocker è?
    grazie

    Da «Cryptolocker: l’unica soluzione per il virus»

    4 ottobre 2018 a 18:11

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