Ti hanno criptato i file?Non spegnere il computer: stacca solo la rete.Cosa fare nelle prime ore045 511 8550

6.403 volte: cosa mi hanno insegnato dieci anni di file criptati

Una mappa di rete su uno schermo in sala tecnica, con un elenco scritto a mano sul tavolo

6.403 volte: cosa mi hanno insegnato dieci anni di file criptati

Da dieci anni tengo il conto. Ogni persona che mi ha scritto dopo un attacco ransomware, ogni file cifrato che mi ha mandato, ogni risposta che ho dato. Oggi apro l’archivio e vi mostro i numeri: 6.403 persone e 9.698 file, dal 2016 a oggi. Ma a farmi cambiare mestiere è stato un numero molto più piccolo, e molto più scomodo.

Dieci anni in tre numeri

L’archivio, dal 2016 a oggi
Persone che mi hanno scritto dopo un attacco 6.403
File cifrati analizzati 9.698
Persone che hanno caricato almeno un file 5.862
Casi in cui ho stabilito con certezza la famiglia 1.800

Il conteggio riguarda chi mi ha scritto attraverso il sito. Chi ha telefonato, chi è arrivato per passaparola o tramite un collega resta fuori da questo conteggio.

Che cosa vuol dire rispondere a tutti

Di quelle 6.403 persone, 5.862 hanno caricato almeno un file. In tutto ho analizzato 9.698 file cifrati: quasi diecimila volte ho aperto qualcosa che qualcuno aveva perso.

Ogni file è stato verificato e ogni persona ha ricevuto una risposta. Anche — soprattutto — quando la risposta era che non c’era niente da fare.

C’è un dettaglio di quei novemila file che dice più di qualsiasi statistica. Ho guardato che tipo di documento fosse, sotto l’estensione del ransomware, il file che le persone sceglievano di mandarmi come campione. Al primo posto, staccatissimo, ci sono 1.503 fotografie. Poi 574 PDF, 348 documenti Word, 215 fogli di calcolo.

Quando devi scegliere un file da far vedere a uno sconosciuto per capire se i tuoi dati sono perduti, scegli quello che ti fa più male aver perso. E quasi sempre è una fotografia.

Questa è la parte che non si fattura e di cui nessuno parla. Chi lavora in questo campo di solito risponde quando c’è un lavoro da vendere: se il caso è disperato, il messaggio resta senza risposta. Io ho scelto il contrario, per una ragione pratica prima che etica. Una persona a cui hai detto la verità smette di cercare miracoli — e smette di consegnare i propri dati a chi promette recuperi che non esistono.

La curva

Grafico a colonne delle persone che hanno scritto ogni anno dal 2016 al 2026, con il picco di 2.393 nel 2017
Il 2017 è l’anno in cui ho risposto di più: quasi 2.400 persone, con marzo sopra le 480.

Il picco è il 2017. Poi la discesa, fino alle quattordici persone di quest’anno.

Il 2019 vale ancora 869 persone: sessantadue volte quelle di quest’anno. Ma il calo non significa che il ransomware sia finito — i rapporti nazionali dicono l’opposto, con 181 eventi in Italia nei soli primi sei mesi del 2026. Significa che sono cambiate le vittime. Nel 2016 e 2017 le campagne erano a strascico: milioni di email, e chiunque poteva finirci dentro. Oggi gli attacchi sono mirati, colpiscono meno bersagli e molto più grossi, e quei bersagli non caricano un file su un sito: chiamano un legale.

Marzo 2017: sedici al giorno

Dietro la colonna più alta di quel grafico c’è un mese preciso. Nel marzo del 2017 mi hanno scritto 483 persone in trentun giorni. Sedici al giorno, tutti i giorni, per un mese intero. L’otto marzo ne sono arrivati quarantatré.

Di quel mese però ricordo soprattutto gli orari. Nell’archivio ci sono 563 caricamenti dopo le otto di sera e 126 fra mezzanotte e le sei del mattino. Il sabato e la domenica messi insieme fanno quasi novecento.

Il ransomware non guarda il calendario. Lo scopri quando accendi il computer, e se lo accendi di domenica sera per finire una cosa, lo scopri di domenica sera. Alle tre del mattino un file non lo carichi per lavoro. Lo carichi perché non riesci a dormire.

È in quel periodo che ho capito una cosa banale e importante. Quasi tutti, prima ancora di chiedermi se i file fossero recuperabili, mi chiedevano se dovevano pagare. Volevano soprattutto qualcuno che dicesse loro se stavano per fare una sciocchezza — e nella maggior parte dei casi la risposta era sì.

Le famiglie che ho visto passare

Su 1.800 casi sono riuscito a risalire con certezza alla famiglia, deducendola dall’estensione lasciata sui file.

Le famiglie più ricorrenti nel mio archivio
Famiglia Casi Estensioni tipiche
TeslaCrypt 482 .micro .vvv .ccc .mp3
Dharma / Phobos 359 estensione diversa per ogni vittima
Locky 233 .locky .zepto .odin .thor
Cerber 160 .cerber .cerber2 .cerber3
CryptXXX 146 .crypz .cryp1
Crypt0L0cker / TorrentLocker 132 .crypt .crypted
Dharma / Crysis 111 .wallet .java .arena
FTCODE 85 .ftcode
Sage 28 .sage
CryptoPEC 20 .pec

Il quadro completo di queste famiglie, con le strade di recupero quando esistono, è in dieci anni di ransomware. Di CryptoPEC ho scritto a parte, perché è l’unica volta in cui siamo riusciti a fermare una campagna invece di limitarci a curarne le vittime.

Due su tre non avevano scampo

Ed è qui che il mestiere è cambiato. Presi i 1.800 casi in cui so con cosa avevo a che fare, questa è la distribuzione delle possibilità reali.

Che possibilità aveva chi mi scriveva, sui 1.800 casi identificati

Esisteva una via d’uscita587 · 33%
Dipendeva dalla variante esatta625 · 35%
Nessuna possibilità, mai588 · 33%

Un terzo aveva una speranza concreta. Un terzo dipendeva dalla fortuna. Un terzo non ne aveva nessuna. Locky, Cerber, Crypt0L0cker, Sage: per quelle famiglie non è mai esistito e non esisterà mai un modo di riavere i file senza la chiave dei criminali.

Vuol dire che due volte su tre, nel momento in cui una persona mi scriveva, la partita era già chiusa. Potevo dirlo con precisione e in fretta, il che ha un valore. Ma non potevo fare niente.

Il dettaglio che mi ha tolto le ultime illusioni

C’è un particolare, dentro quei numeri, che ho scoperto solo adesso e che mi ha impressionato.

TeslaCrypt è la famiglia più frequente del mio archivio: 482 casi. Ed è anche una delle poche con un finale felice — il 19 maggio 2016 gli autori hanno chiuso baracca e pubblicato la chiave principale. Da quel giorno chiunque, gratis, poteva riavere i propri file: ESET ha rilasciato subito uno strumento che copre tutte le versioni, comprese le estensioni `.micro` e `.mp3`.

Nel mio archivio, 454 dei 482 casi TeslaCrypt sono arrivati dopo quel giorno. Continuano fino al 2025: nove anni dopo che la soluzione era pubblica e gratuita.

Per quelle persone la crittografia aveva smesso di essere il problema. La soluzione esisteva, era gratuita, e nessuno gliel’aveva detta.

Ho passato anni a rispondere una per una, e le risposte erano sempre le stesse quattro o cinque. Quando ti accorgi che il tuo lavoro è ripetere lo stesso messaggio a migliaia di persone che arrivano troppo tardi, cominci a chiederti se non convenga arrivare prima tu.

Le 137 persone che sono tornate

C’è un ultimo numero, e per me è il più eloquente di tutti.

Nell’archivio 137 persone hanno un primo e un ultimo contatto distanti più di un anno. Ottantasei più di due anni. Erano tornate perché era successo di nuovo.

In alcuni casi si vede anche dai file: la stessa persona con l’estensione di una famiglia nel 2017 e quella di un’altra famiglia due anni dopo. Uno di loro è stato colpito da CryptoPEC nella primavera del 2017 e da FTCODE nell’autunno del 2019.

Essere stati vittime una volta non protegge dalla seconda. Non insegna niente, di per sé — perché quello che aveva permesso il primo attacco era ancora lì, identico, il giorno dopo che i file erano tornati o erano stati dati per persi. Nessuno era andato a chiudere la porta, perché nessuno sapeva quale fosse.

2018: smettere di rincorrere

Nel 2018 ho fondato Dottor Marc insieme a Claudio Marchesini, con cui l’anno prima avevamo affrontato la campagna CryptoPEC.

La decisione di fondo è stata questa: smettere di misurare il nostro valore da quanti file riuscivamo a riportare indietro, e cominciare a misurarlo da quante volte non serviva. Se due terzi dei casi non hanno rimedio, l’unico lavoro che sposta davvero qualcosa è quello che si fa prima.

È una conclusione aritmetica, arrivata dopo seimila conversazioni.

Nel frattempo gli attacchi sono cambiati

Quella decisione, presa nel 2018 guardando i nostri casi, si è rivelata giusta per ragioni che allora non potevamo conoscere. Gli attacchi sono cambiati esattamente nella direzione che rende inutile il recupero e decisiva la ricognizione.

Nel rapporto Sophos di quest’anno, condotto su 2.158 responsabili informatici in diciassette paesi, Italia compresa, il 79% degli attacchi ransomware parte da un’identità compromessa. Il punto di partenza sono credenziali valide finite nelle mani sbagliate.

Vuol dire che oggi chi entra non «buca» niente. Entra dalla porta, con le chiavi giuste. E una volta dentro si muove con calma: resta giorni o settimane, guarda dove sono i backup, li cancella, e solo alla fine fa partire la cifratura. Quando te ne accorgi, ha già tolto le alternative — è il motivo per cui un backup normale non basta più.

Contro questo, un servizio di recupero file è una benda su una gamba rotta. L’unica cosa che funziona è sapere prima quante porte esistono e chi ne ha le chiavi.

Da dove entravano, davvero

La domanda successiva era: prima di cosa, esattamente? Guardando i casi tutti insieme, gli ingressi si ripetevano con una monotonia quasi noiosa.

  1. Un accesso remoto lasciato aperto — spesso attivato per un’emergenza e mai richiuso, a volte da un fornitore che non c’era più.
  2. Un servizio esposto che nessuno sapeva di avere — una stampante, una telecamera, un vecchio gestionale raggiungibile da internet.
  3. Una credenziale riusata — la stessa password del gestionale e della posta, comparsa in una violazione di qualche altro sito.
  4. Un sistema non aggiornato — con una correzione disponibile, spesso da mesi.
  5. Un allegato aperto — l’unico caso in cui la colpa viene data alla persona, ed è quello che conta meno degli altri quattro.

Quattro punti su cinque non riguardano il comportamento di nessuno. Riguardano cose che esistono e che nessuno sta guardando.

Non si difende quello che non si sa di avere

C’è un’espressione tecnica per questo insieme di cose: superficie di attacco. Suona astratta e invece è concretissima. È l’elenco di tutti i punti da cui qualcuno, dall’esterno, potrebbe entrare.

Nella mia esperienza la scoperta più frequente, facendo quell’elenco, è banale — e proprio per questo grave: l’azienda non sapeva che quella cosa fosse accesa. Il server di un progetto chiuso tre anni fa. L’accesso di un consulente che ha cambiato lavoro. Il pannello di una macchina installata dal fornitore.

È un problema di inventario, prima ancora che di prodotti. E fra l’altro fare quell’inventario conviene due volte, perché quello che spegni non si fa attaccare e non consuma.

Come si guarda una superficie di attacco

Il metodo che usiamo oggi è quello che avrei voluto poter proporre a quelle 6.403 persone prima che mi scrivessero. In pratica sono sei domande.

Nessuna di queste domande è complicata. La difficoltà è solo che vanno fatte prima, in un giorno in cui non sta succedendo niente e nessuno sente l’urgenza di farle.

Quello che ho imparato in seimilaquattrocento volte

Se dovessi riassumere dieci anni in una riga: il momento in cui mi scrivi è quasi sempre troppo tardi, e non per colpa tua. È tardi perché il lavoro che avrebbe evitato quella mattina andava fatto mesi prima, e nessuno ti aveva detto quale fosse.

Il recupero dei file resta una cosa che facciamo, e continuo a rispondere a chi mi scrive. Ma ho smesso di raccontarlo come se fosse la soluzione. È una rete di sicurezza che regge un terzo delle volte.

Le altre due, l’unica differenza l’ha fatta quello che c’era prima.

Come sono andate le due cose

Dal 2018 abbiamo seguito 261 aziende, per un totale di ottocento anni-azienda di rapporto. Centocinquantadue sono rimaste più di un anno, e quattordici sono con noi da tutti e nove.

Se conto i dipendenti di quelle aziende — prendendo l’organico dell’anno in cui erano sotto contratto, come risulta dai bilanci depositati — nel 2025 le persone coperte da qualcosa che le stava guardando sono 6.233. Nel 2018 erano poco più di mille.

Due grafici sovrapposti: le persone che hanno scritto dopo un attacco calano dal 2017, le persone protette da un contratto salgono dal 2018
Sopra chi mi cercava a danno avvenuto, sotto chi abbiamo cominciato a coprire prima. Il 2018 è la colonna in cui la prima scende e la seconda comincia.

Il conteggio delle persone riguarda le 111 aziende che depositano l’organico: le altre 119 sono ditte individuali e società di persone, che quel dato non lo pubblicano. Il numero vero è quindi più alto, ma preferisco tenere quello che si può leggere in un bilancio.

Non è un grafico costruito per convincere, e si vede da un dettaglio: nel 2021 la curva sotto scende invece di salire. Sono anni veri, con dentro un anno storto.

Ci ho messo seimilaquattrocento volte a impararlo. Sarebbe un peccato se servisse anche a voi.

Oggi la ricognizione di cui ho parlato qui sopra la facciamo con Dottor Marc, e si chiama Cyber Checkup: una fotografia della superficie di attacco, spiegata da una persona e non consegnata come un file PDF da 200 pagine. Se preferite farla da soli, le domande sono quelle sei qui sopra e non serve nessuno per iniziare a porsele.

Se invece è già successo, le prime decisioni contano più di tutto il resto: cosa fare nelle prime ore. E se volete sapere se i vostri file rientrano in quel terzo fortunato, l’elenco per estensione risponde in trenta secondi.

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